lunedì, 27 agosto 2007

Nella mia arte scontrosa o mestiere

Praticata nel silenzio notturno

Quando soltanto la luna infuria

E gli amanti giacciono nel letto

Con tutti i loro affanni tra le braccia,

Io mi affatico a una luce che canta

Non per pane o ambizione

O per pavoneggiarmi e vender fascino

Sui palcoscenici d’avorio,

Ma per il comune salario

Del loro più intimo cuore.

 

Non per il superbo che s’apparta

Dalla luna che infuria io scrivo

Su queste pagine di spuma

Né per i morti che torreggiano

Con i loro usignoli e i loro salmi,

Ma per gli amanti, per le loro braccia

Attorno alle angosce dei secoli,

Che non pagano lodi né salario

E non si curano del mio mestiere o arte.

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lunedì, 27 agosto 2007

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

 

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

            Il Mattino ha l’oro in bocca

                        Il Mattino ha l’oro in bocca

                                   Il Mattino ha l’oro in bocca

                                               Il Mattino ha l’oro in bocca

                                                           Il Mattino ha l’oro in bocca

 

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

 Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

   Il Mattino ha l’oro in bocca

    Il Mattino ha l’oro in bocca

     Il Mattino ha l’oro in bocca

      Il Mattino ha l’oro in bocca

       Il Mattino ha l’oro in bocca

        Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

 

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

            Il Mattino ha l’oro in bocca

                        Il Mattino ha l’oro in bocca

                                   Il Mattino ha l’oro in bocca

                                               Il Mattino ha l’oro in bocca

                                                           Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

 Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

   Il Mattino ha l’oro in bocca

    Il Mattino ha l’oro in bocca

     Il Mattino ha l’oro in bocca

      Il Mattino ha l’oro in bocca

       Il Mattino ha l’oro in bocca

        Il Mattino ha l’oro in bocca

         Il Mattino ha l’oro in bocca

 

Il Mattino ha l’oro in bocca

 Il Mattino ha l’oro in bocca

  Il Mattino ha l’oro in bocca

   Il Mattino ha l’oro in bocca

    Il Mattino ha l’oro in bocca

     Il Mattino ha l’oro in bocca

      Il Mattino ha l’oro in bocca

       Il Mattino ha l’oro in bocca

        Il Mattino ha l’oro in bocca

 

IL MATTINO HA L'ORO IN BOCCA!

 

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domenica, 26 agosto 2007

A volte ho voglia di urlare

Schiavo di una vita che non mi appartiene

E cerco un appiglio, un ancora, un approdo

Per tornare a sperare

 

La vita mi scorre tra le dita come sabbia

Il tempo passato non torna più

Mi avvicino alla mia morte a grandi passi

Il tempo passato non torna più

 

Riesco a darle un senso ?

Nebbie viola nella mente

È questo ciò che voglio ?

No

 

Vorrei ascoltare e tacere

 

Occhi sinceri e profondi

Una voce che mi indichi nuovi percorsi di pace

E dentro sentire il suono del silenzio

A Parigi dipingo tele e lettere d’amore

 

L’inverno scuro mi esalta

Il vento mi da forza

Occhi sinceri e profondi

Odore di nord

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martedì, 21 agosto 2007

Ho il blues

Ritmo di Sesso e di Cuore

Calore

JD e il Tacchino Selvaggio

 

Ho il blues

Profumo e sudore

Il piede che batte

Il fumo che sale

 

Ho il blues

La scimmia mi chiama

La tana è lontana

2 Jack tra le mani : lo leggo e lo bevo

 

Ho il blues

Scarpe rosse

Zingara nera

Fuoco che danza

 

Ho il blues

 

… e tu?

postato da: Ferlinghetti alle ore 11:25 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 20 agosto 2007

Ti stai chiedendo come cazzo sia cominciato tutto questo ? Bella domanda, baby. Esattamente non lo so nemmeno io. So solo che Beth l’avevo conosciuta a Parigi in un bistrot di Monmartre. Me l’aveva presentata George, un mio caro amico francese anche lui, come me, impiegato in una compagnia aerea. Lei invece faceva la fotografa. Girava sempre con la sua nuovissima Rolleycord 6x6 e la sera era sempre pronta a collegare il flash. Diceva che non si sa mai e una buona foto la devi saper catturare senza perdere l’attimo. Cogli l’attimo. Carpe diem. Diceva che una buona foto riesce a dirti anche cosa stava accadendo qualche attimo prima che la foto venisse scattata e che, a guardala bene, ti racconta anche i secondi successivi allo scatto. Insomma una buona foto, a guardarla bene, ti fa sentire il “profumo della scena” che rappresenta. E la prima foto che mi fece sentire il “profumo della scena” fu un suo autoritratto scattato davanti allo specchio. Dopo scoprii che il profumo che sentivo era in realtà il profumo di lei di cui, la foto, sembrava esserne intrisa. Quel profumo che avrei saputo riconoscere tra mille fin da subito; dalla prima volta che lo sentii. Ero seduto da pochi minuti e stavo accendendo una delle mie Gitanes. Stavo sorseggiando il mio Pastis che, prima di cena, era diventato il mio piccolo rituale propiziatorio da quando ero a Parigi, ormai da tre giorni. Prima di allora non sapevo esattamente cosa dovesse propiziarmi un tale rito. Poi la vidi. I suoi capelli corti, “alla maschietta” - anche se la sua taglia di reggiseno non lasciava spazio a fraintendimenti di nessun tipo – hanno un riflesso dorato senza eguali. Da quando aveva iniziato a lavorare come fotografa professionista portava spesso abiti comodi ma sempre eleganti. Così era anche quel giorno. George ed io avevamo un appuntamento al bistrot per un aperitivo prima di cena che pensavamo di consumare velocemente prima di andare alla Salle Pleyel ad ascoltare John Coltrane, appena giunto a Parigi dal Jazz Festival di Antibes dove, il giorno prima, aveva suonato per intero tutta la straordinaria suite in quattro movimenti del suo capolavoro A love supreme. Beth riconobbe George passando davanti alla vetrina e spalancò il più luminoso sorriso che abbia mai visto. Entrò trafelata e si sedette subito accanto a George ma, essendo solo in due prima dell’arrivo di lei, io mi convinsi che si era voluta accomodare accanto a me. George ci presentò e quando lei allungò la sua mano bianca e sottile, la giacca nera che indossava si spostò leggermente di lato scoprendo così una piccola parte del suo collo che per effetto dello spostamento d’aria convogliò verso di me un abbondante dose del suo profumo. Rimasi completamente pietrificato. Farfugliai il mio nome talmente goffamente che lei fu costretta a chiedermi di ripeterlo. Pensai che la cosa avesse fatto naufragare definitivamente la mia autostima e soprattutto avesse compromesso ogni possibile proseguimento di serata. Non fu così.

 

La mia famiglia è di origini siciliane stabilitasi successivamente in nord africa e questo ha comportato il fatto che in casa mia si parlasse il francese come seconda lingua, come lingua “confidente”, di casa. Quando si è bambini si impara in fretta e così mi trovo ad essere un involontario bilingue. E a Parigi con Beth questo fu un innegabile vantaggio. George ed io parlavamo di Jazz e di John Coltrane – il primo surrealista del sax - e del concerto che avremo visto di li a poche ore. Beth sorrideva e malgrado non fumasse e non avesse mai fumato prese una delle mie Gitanes e l’accese con lo Zippo tossendo con le lacrime agli occhi. In quel momento mi accorsi che non aveva nessuna traccia di trucco sul viso. Nulla. Ne rossetto, ne mascara, ne cipria. Nulla. La sola luce del suo sorriso bastava a rendere il suo viso straordinariamente luminoso e attraente. Uscimmo dal locale ancora avvolti da spensierate risate. Ad un primo sguardo, avremo potuto sembrare un trio già molto affiatato invece che una piccola comitiva appena formata.

 

George amava le macchine sportive ma, non potendosi permettere di meglio, aveva una Mini Morris Cooper S nuova di zecca. Era di colore rosso intenso con il tetto bianco. Aveva due strisce bianche, sul cofano del vano motore, che ricordavano le macchine da corsa. Per evitare imbarazzi diede le chiavi a Beth chiedendole di guidare e salì sedendosi direttamente sul sedile posteriore. Buttai li la solita fiacca battuta fingendo di ringraziarlo della fiducia. Lui, che mi conosceva abbastanza bene, mi ricordò che, a Roma, in Italia, nel mio paese, avevo dovuto ricorrere più volte all’aiuto dei passanti per ritrovare la strada giusta. A Parigi sarebbe stato indubbiamente peggio.

Beth accese il motore e con fare sicuro indirizzo la macchina nel traffico della sera parigina. Guidava con determinazione, non so se per farci intendere che era così che guidava sempre o se voleva farsi notare. Pensai che non aveva bisogno di questo tipo di pubblicità. Appoggiato comodamente al sedile della macchina di George, pensai ad un libro americano che avevo letto da poco che parlava di viaggi in macchina di due amici un po’ pazzi. Pensai alla sensazione di aspettativa che dà un viaggio, del mistero che racchiude la sorpresa di ciò che accadrà da li a poco. Esattamente ciò che stava per succedere a me. Ero a Parigi, nel 1965, vivevo una straordinaria serata parigina, con le nuvole che lente si spostano sulle nostre teste, su una autovettura guidata da una donna bellissima e misteriosa, accompagnato da un amico – anche lui patito di Jazz - , diretti a velocità sostenuta verso un luogo dove avremo ascoltato John Coltrane e il suo straordinario quartetto.

A volte la vita sembra essere molto bella.

A volte.

Sembra.

 

La sera parigina scorreva veloce sotto la macchina di George. Il cielo si stava trasformando lentamente in parte nel colore dell’ambra preziosa ed in parte in marmellata d’arance amare – come quella che usa George al mattino a colazione -  mentre la temperatura esterna all’auto, per tutto il giorno mai troppo calda malgrado fosse piena estate, si stava lentamente attestando su valori tipicamente nord europei. La Salle Pleyel si trovava in Rue du Faubourg e per arrivare ci dissetammo d’aria e di fresco dai piccoli deflettori della macchina, ridendo di noi e della nostra straordinaria voglia di vivere questa serata insieme. In poco tempo ci trovammo accanto alla Senna nel traffico scorrevole di questa città incantevole. La piazza dell’Hotel de Ville e i ponti che collegano la bellissima Ile de la Citè con il resto del mondo e il piccolo Ponte Nuovo il Pont Neuf sul quale – così ho sempre sognato – incontrerò un giorno la donna della mia vita. Pochi attimi ed ecco la maestosa figura del Museo del Louvre con i suoi fantasmi racchiusi nelle sue stanze segrete e poi i giardini delle Tuileries dove mezza Parigi sembra voler condividere con me il piacere della lettura sulle panchine immerse nel verde del parco, la Place de la Concorde ci introduce nei Champs Elysees che, affollati di gente, ci portano alla Piazza a stella con il trionfale arco al centro da dove la più grande delle Avenue, che da lì nascono, ci porta sulla Rue du Faubourg St Honorè. Ora il traffico sembra impaziente e caotico e ci dobbiamo spostare di due isolati per trovare un parcheggio. Scendiamo.

postato da: Ferlinghetti alle ore 17:02 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 17 agosto 2007

"Se hai una buona storia da raccontare e qualcuno disposto ad ascoltarla, non sei ancora totalmente fottuto!" (Da “La leggenda del pianista sull’oceano”).

 

Sulla ghiaia di Brighton

 

Il primo colpo arrivò da dietro le spalle. Ho percepito la nitida sensazione del tubo freddo che inesorabile lacera la pelle del viso tra lo zigomo e l’occhio destro. Perdo l’equilibrio e comincio a cadere. Negli ultimi passi della mia corsa disperata, il braccio sinistro si alza mentre fletto il busto verso destra. Questo movimento tende il tessuto della camicia facendo saltare un bottone e la cravatta di seta rossa sembra stringersi intorno al collo come un cappio. Il mio occhio sinistro cattura l’immagine della mano destra, con il cinturino dell’orologio in pelle marrone, mentre sfiora la ghiaia nel disperato tentativo di rendere la caduta meno rovinosa. Mentre cado, mi accorgo che non sto respirando. Il braccio destro attutisce la caduta e si frappone tra il corpo e la ghiaia. Cadendo rotolo con il corpo e mi ritrovo supino e finalmente fermo. Riprendo a respirare. Sento l’odore del mare. Una grande nuvola sembra essere l’unico testimone oculare di questa giornata di guerra. Ho una spiacevole sensazione di silenzio assoluto nell’orecchio destro. Da quando ho ricevuto il colpo sono passati pochi secondi e qualcosa sta cominciando a sciogliersi in bocca e a tracimare dalle mie labbra aperte nel tentativo di far entrare il maggior numero di metri cubi d’aria per i polmoni. Sento un gusto sgradevole e leggermente salato. Sangue. Le sopracciglia sbattono veloci ma l’occhio destro resta al buio. Il secondo colpo l’ho visto arrivare in diretta. Il più grosso dei quattro è il primo ad arrivarmi accanto e parla svelto in un dialetto rozzo che non conosco. Ha la fronte sudata e il giubbotto di pelle nera scrostata. E’ lui che ha in mano il tubo di metallo ma la sua stazza suina lo obbliga ad una sosta per riprendere fiato. Approfitto e mi godo questa insperata pausa mentre arrivano gli altri tre. Uno di loro lo riconosco. E’ quello che chiamano Dandee. Faccia lunga da cavallo, capelli radi male imbiancati e occhi del colore del nulla, grigio chiaro velato di nebbia. Appena mi arriva accanto cerca di rifilarmi un calcio alla testa. Fortunatamente è un inetto e annebbiato dalla corsa manca il suo obiettivo di quasi una decina di centimetri. L’inerzia dello slancio lo fa cadere con il culo sulla ghiaia umidiccia. Il Suino si è ripreso e un po’ divertito dalla scena, un po’ seccato che uno dei suoi è finito da solo col culo a terra, alza minaccioso il pesante tubo di ferro. Mi chiedo se riuscirò ad evitare anche questo colpo o se crudelmente la fortuna mi ha definitivamente abbandonato dopo avermi illuso, cinica, con la storia del calcio evitato. E la conferma non tardò ad arrivare. La tipica vernice pastello color azzurrino 1965, leggermente scrostata dalla salsedine, mi fa riconoscere la provenienza del tubo metallico : la ringhiera di protezione del piccolo pontile. Chissà se sarà mai prevista una tassa per questo tipo di cambio di destinazione d’uso. Il Suino cala il suo colpo violentissimo. D’istinto alzo il braccio destro per proteggermi dal fendente. Nella frazione di secondo successiva penso di aver voluto risparmiare la mano ed il braccio sinistro sperando di poter suonare ancora se tutto questo finirà lasciandomi ancora in vita. Il fine di attutire col braccio la potenza del colpo si rivelò illusorio. La botta arriva piatta tra la cassa toracica e l’addome. Resto senza fiato. Mi sembra che gli occhi si siano gonfiati con la pressione del colpo e stiano per esplodere. Spalanco la bocca elemosinando aria. Il rumore che ho sentito dall’unico orecchio che mi è rimasto funzionante mi ha ricordato il responso medico letto su un giornale da un amico dentista : “… fratture multiple con ferite lacero/contuse …”. Vorrei urlare a squarciagola ma nello stesso tempo vorrei respirare. Non so se è così che accade quando si muore. La vita sta uscendo per sempre da te e tu cerchi di trattenerla attirandola ancora a te con un respiro. Nel mio caso la cosa si complica a causa di un conato di vomito che sale dalle viscere con la sua dolorosa miscela di acidi gastrici, rabbia e Pastis. Il gruppo mi aveva raggiunto accanto al capannone subito sotto il piccolo pontile che da sulla spiaggia. La ghiaia sotto le mie scarpe italiane ed il cappotto pesante che avevo addosso non facilitavano certo la mia corsa disperata. E adesso, qualunque cosa accada o stia per accadere, ho solo bisogno di sapere due cose : è questa la mia fine, l’ultimo atto della mia vita ? e soprattutto - dov’è  ora Beth ?

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giovedì, 16 agosto 2007

Era

tardi il

giorno che scrissi

la prima volta che

sentivo il bisogno di essere

amato senza pensare ad altro e

quando la poesia è nata così senza

valore alcuno per gli altri ma non per

me dissi a me stesso che ci poteva essere

una alternativa alla fuga continua dal presente e da me

stesso e che se la musica poteva riempire i vuoti

nella mente non poteva riempire i vuoti nel cuore ogni volta che

si presenta il conto dell'anima che a volte è molto impegnativo da sostenere

più dello sguardo di un cane che vorrebbe andare a casa con te ma

tu non puoi anche se vorresti e questo ti fa smettere di pensare solo a

te e inizi a coltivare nuovi pensieri che alla lunga ti portano ad essere convinto seppur 

 

non ancora consapevole che l'AMI.

 

Come io amo te.

postato da: Ferlinghetti alle ore 15:42 | Permalink | commenti
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giovedì, 16 agosto 2007

circondato di vento nella

prima zona della notte accanto agli

ori di Atlantide e le ore lente del pomeriggio il

cuore sopraffatto e stupito e stupido quando

raccoglie le forze per resistere alla

lama del pensiero rettilineo senza

mai un tornante o un viandante accanto al

fuoco che la principessa accese nel

giardino dell’Eden con l’infido serpente accanto alle

caviglie bianche magre e DOVE sei ora ?

principessa

Rispondimi. Ti prego. Rispondimi.

postato da: Ferlinghetti alle ore 15:37 | Permalink | commenti
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mercoledì, 15 agosto 2007

Di solito l’acronimo ZTL è inteso come “Zona a Traffico Limitato” ovvero come rappresentazione di un potere imprecisato che limita il passaggio ai soli i veicoli con targhe pari o solo a quelli dei “residenti”.

Un limite di transito.

Una frontiera.

Questa ZONA TEMPORANEAMENTE LIBERATA, invece, è un’area franca, una zona libera, anzi, liberata. Ricordo che in un posto lontano, veniva organizzato un grande concerto libero nel deserto, dove partecipavano band emergenti e dei circuiti alternativi. Quando il passaparola lo rese “quasi famoso” sono arrivati i banchetti con le magliettine e la bibita gassata più famosa del mondo. Per evitare quindi le pericolose contaminazioni dell’omologazione, useremo – insieme se vorrete – questo spazio temporaneamente liberato per strapparci un pezzo di cuore e gettarlo dall’altra parte del muro. Senza fissa dimora. Randagi. Niente pensierini della buonanotte. Niente smancerie da SMS tra amichetti magari conoscenti  (se così fosse vi telefonerei o vi verrei a trovare no ?). Come disse un GRANDE POETA noto col nome di James Douglas Morrison, “Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente.”  Non ho certo la presunzione di liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente, ma non mi interessa nemmeno sapere che una Poesia o una Musica vi ha emozionato. Io voglio sapere perché vi ha emozionato e – per questo – non possono bastare quattro parole e tre caratteri speciali. Argomentare. Mettersi in discussione. Proporre elementi per sostenere le proprie tesi. Non ho nessun interesse per le verità assolute, per i dogmi e – soprattutto – per i pareri preconfezionati, assorbiti dai mille canali usati dal pensiero unico (o meglio unificante).

 

Ecco : questa è l’idea. A volte ci saranno poesie, citazioni, a volte racconti. Forse qualcosa a puntate. Pensieri e ragionamenti sui fatti dei nostri tempi.

Forse tutto questo resterà chiuso e perso nell’oceano come il famoso messaggio in una bottiglia di Gordon Matthew Sumner. “Sono solo un naufrago, un’isola persa nel mare …”.

Nessuna mappa. Nessuna rotta.

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martedì, 14 agosto 2007
Leoni che vagano per la strada
Cani in calore, rabbiosi, con la schiuma in bocca
Una bestia rinchiusa nel cuore della città
Il corpo di sua madre
Marcisce nella terra estiva
Lui scappa dalla città
E’stato nel profondo sud e ha attraversato i confini
ha lasciato caos e disordine
alle sue spalle
 
Una mattina si é svegliato in un verde hotel
Con una strana creatura che geme al suo fianco
Sudore gocciolava dalla sua pelle splendente
 
Ci siamo tutti ? 
la cerimonia sta per iniziare
 (…)
 Jim Morrison
Tanto per cominciare.
postato da: Ferlinghetti alle ore 14:43 | Permalink | commenti (4)
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