"Giorno dopo giorno l'amore ingrigisce
Come la pelle d'un moribondo
Notte dopo notte fingiamo che tutto vada bene
Ma io sono cresciuto e
Tu sei cresciuta e raffreddata e
Non c'è più nulla di divertente."
È ormai da un po’ di tempo che il silenzio, tra noi, ha riempito ogni spazio. L’altra sera, quando son tornato a casa dall’ufficio, tardi, come mi capita ormai spesso di fare, lei era lì, sul divano. Quasi di spalle. Ha ignorato il mio arrivo e ha continuato, distaccata, nel suo strano silenzio. Ho tolto la giacca e mi sono seduto accanto a lei. In quel silenzio, con i gomiti poggiati alle ginocchia, ho aspettato che un richiamo scattasse, che un qualche bisogno si attivasse. Nulla. Sempre solo silenzio e nessuna voglia di prenderla tra le braccia. Con un retrogusto amaro, me ne sono andato a dormire lasciandola lì senza darle spiegazioni. Non sarebbe servito a nulla. Ho cercato inutilmente di capire il perché di questa strana distanza tra noi. Malgrado l’avessi sempre trattata con la delicatezza che merita, con tutto l’amore, la possibile attenzione per ciò che lei è sempre stata in grado di darmi, ora sembra essere lontana. Seduto, la guardo fissa e ripenso a tutte le volte che mi ha aiutato a cacciare la malinconia, a tutte le volte che insieme abbiamo giocato con gli amici, a tutte le sere in cui, insieme, intimamente, abbiamo dato sfogo alla creatività ed abbiamo unito la nostra essenza per far nascere un’emozione. Amore vero. Non mi sembra possibile ma ora lei è lì senza nessun richiamo. E senza pudore, non nascondo il piacere dell’abbandono ai profumi e agli altri segni che mi restano sulle mani dopo i nostri incontri intimi. Ed in macchina, proprio ripensando a tutto questo, ho sentito un fremito, una scintilla. Non posso più aspettare. Arrivo a casa. Dopo il rito della giacca allento la cravatta, sbottono la camicia al collo ed ai polsini. Lei è lì. Mi siedo accanto. Insicuro, giro il mio sguardo verso di lei. La sento complice. Le poggio una mano sul fianco. Sento una certa vibrazione. Quasi involontariamente, come se ci fosse un richiamo magnetico, me la trovo sdraiata sulle gambe. La mente si avvia alla ricerca delle parole giuste ma in certi casi, e son certo che lo sapete, è meglio tacere. La luce soffusa aiuta la poesia del momento. Chiudo gli occhi e mi accascio completamente sul divano. Accarezzo, il profilo dei suoi fianchi : arrotondati, sinuosi, invitanti. Lei mi lascia fare. Sempre ad occhi chiusi l’avvicino a me. La stringo forte qual tanto che basta per attivare quell’istinto che tra noi è naturale. La mano segue, molto lentamente, la forma rotonda di lei su cui abitualmente poggia il peso. Lei mi lascia fare. Accarezzo con un dito il fluido ingresso della sua dolce apertura dove da lei tutto può nascere. Da ciò che sento, capisco. Capisco che dipendeva tutto dall’assenza di ispirazione. Ora so. So che nulla è cambiato. Siamo ancora insieme. Io e la mia chitarra.
f.




