Ho navigato molte miglia. Alcune veramente dure. Altre meno. In mare aperto, in estate, quando il cielo è letteralmente PIENO di stelle, nessuna di loro è in grado di riflettere la sua luce sul manto nero dell’acqua buia. Solo lei ce la fa : la Luna. Una larga striscia argentata. Un faro luminoso proiettato su un sipario nero. La compagnia che preferivo a bordo era quella delle mie sigarette, del chinotto in lattina e di una chitarra mezza rotta con cui a volte passavo il mio tempo. Il tempo. In mare il tempo scorre secondo altri canoni. Ha ritmi diversi. Al largo di Beirut, quando il sole si avvicina all’orizzonte e il riflesso dei suoi raggi rende l’aria un po’ rosa, tutto rallenta. Nel golfo del Leone, presi mare forza 9 in aumento. Come stare su un ottovolante per alcune ore. Dalla plancia, vedi la prua della nave che si inabissa sommersa dalle onde e allora speri che Archimede e il suo principio siano punti fermi della tua vita e non solo illazioni. Molte tonnellate di ferro sbattute qua e la come fossero un ridicolo rametto. Dal porto del Pireo ho avuto il privilegio di guardare Atene sotto la neve. A Izmir in Turchia, l’antica Smirne, gustai spezie e cibi dai profumi intensi, vagamente afrodisiaci. L’acqua del porto di Larnaca era pulita e chiara come una piscina e molti saltarono in acqua dalla banchina. A terra, una volta entrammo in un bar non lontano dal porto. Mi sentivo sul set di un film. Marinai di tutte le nazionalità scolavano smodate quantità di alcol da piccoli bicchieri, con mani callose e avambracci tatuati con nomi di donna o ancore e velieri. Surreale. Al banco c’era Chantal. Due occhi grandi come i sottobicchieri che stavano sul bancone e un sorriso dolce che avrebbe intenerito pure Achab e il suo nostromo. Il compito di Chantal era il seguente : il primo bicchiere di Southern Comfort te lo offre lei. A seconda di come reagisci, forse ti concede il secondo. Alcuni crollavano, ubriachi, già dopo il primo giro e un’abbondate dose del suo sorriso. Da li in poi, tutto costava il doppio. Ma più che per Chantal, il colpo alla nave –e al suo equipaggio- arrivò per il Southern Comfort. Una notte, forse era quasi mattina, camminavo sul ponte di dritta andando verso poppa. Da lontano, arriva un suono strano : come un lungo sibilo crescente che si ferma di colpo con uno schioccante DING! RiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiDING! RiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiDING! RiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiDING! Man mano che mi avvicino a poppa, lo sento sempre più forte. Arrivo a poppa e guardando la bianca scia delle eliche capisco : una bottiglia di Southern Comfort –ormai svuotata- ruotava sul suo asse producendo il sibilo crescente e finiva la sua corsa, delimitata da una bitta e da un paratia, col colpo del suo DING! Almeno 3 uomini dell’equipaggio erano KO sdraiati sotto al cielo stellato. Praticamente svenuti. Una mattina la mia squadra viene proposta per sistemare un’emergenza : svuotare il locale delle cime di prua. Inconsapevole di ciò che significasse, andai con gli altri sul luogo indicato. Il portello stagno, con tanto di volano d’apertura, era già alzato. Il mare non era molto forte ma lo si definiva “lungo”, ovvero le onde, inesorabili, alzavano la prua di qualche grado e, lentamente su su su e poi giù giù giù, altrettanto lentamente. Entrammo nello stretto cunicolo e ci agganciammo alla scaletta. Il locale era alto non più di due metri. A terra c’erano quaranta centimetri d’acqua che avremmo dovuto svuotare a secchiate. Quando il capo gruppo disse - : “occhio al tempo”, pensavo si riferisse alle grandi nuvole che minacciose si addensavano. Mi sbagliavo. Intendeva il ritmo. Il ritmo del mare. Il ritmo, lento, con cui la nave saliva inesorabile e calava facendoti sentire leggero. Non badai al tempo e col mio volenteroso secchio mi abbassai per la prima secchiata d’acqua. Lo feci mentre la nave scendeva nel vuoto tra due onde. Alzai il secchio verso l’altro, insieme al mio sguardo, per passarlo fuori e prendere un secchio vuoto. Andavo “contro tempo”. Quando riabbassai lo sguardo, e il secchio, la nausea era ormai insopportabile. Mollai tutto e scappai a vomitare. Perché a bordo di una nave, quando navighi per molte miglia, vomitare è una delle tante cose che si fanno abitualmente. Mangi, dormi, ti lavi, vomiti … fa parte della vita quasi quotidiana. Un po’ abbattuto dalla mia brutta figura, essere costretto a lasciare gli altri a lavorare non era esattamente un elemento distintivo e ben caratterizzante, andai dopo a trovare Capo M. -il Capo Reparto- a cui raccontai l’episodio. Lui, Capo M., era un signore di Napoli, molto distinto con i baffi scuri. E con il suo accento sincero, da uomo del sud, credo che capì il mio imbarazzo e mi disse che lui che navigava ormai da molti anni, il mal di mare lo soffriva ancora. Perché di mal di mare, non si guarisce e non ci si abitua. Così, mi raccontò questa sua storiella. Mi disse - : “Un giorno del mio primo mese d’imbarco prendemmo mare forte. Non ero abituato a tanto sbattere e dopo poco cominciai a vomitare. Subito dopo mi sentii meglio e, preso dalla sete causata dalla mancanza di liquidi, mi feci mezza bottiglia d’acqua. Tre minuti e ricominciai a vomitare. Avevo i crampi allo stomaco. Gli occhi quasi fuori dalle orbite.” Ero preso dal suo racconto. Mi sembrava di capire esattamente cosa stesse dicendo. Poi, con aria seria mi disse - : “È impossibile resistere. Se prendi mare per sette giorni o più, non puoi intossicarti di pasticchette … che se poi non le prendi per tempo non ti fanno niente. Insomma non riuscivo a smettere di vomitare” mi disse. “e dopo buoni venti minuti che vomitavo e vomitavo, sputai un liquido acido dal sapore insopportabile. Poi, sentii in bocca … come cerchietto gommoso. Ma quello non lo sputai. Era il buco del culo.”
Questa è la storia di Capo M. che dall’alto della sua esperienza seppe insegnarmi a sopportare il malessere del mare e a riderci sopra.
Come nella vita.
Seppi poi.
f.